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Rifiuti pericolosi alla Basell di Ferrara
Legambiente si costituirà parte civile nell'inchiesta

Legambiente Emilia-Romagna ha deciso di costituirsi parte civile nell’inchiesta sull’azienda del polo chimico estense Basell e ha dato mandato ai propri legali, coordinati dall’avv. David Zanforlini di Ferrara, di presentare un’istanza alla Procura della Repubblica.

L’inchiesta sullo smaltimento di rifiuti estremamente pericolosi e tossici è stata avviata dai Carabinieri del Noe di Bologna e dalla magistratura di Ferrara. Il tetracloruro di titanio, sarebbe stato smaltito direttamente in azienda senza autorizzazione. L’indagine parte da una ispezione fatta all’azienda del polo chimico estense nata da una joint venture tra Basf e Shell. La Basell - colosso anglo-franco-tedesco - è azienda leader mondiale nella produzione del polipropilene, una fibra plastica di largo utilizzo. Il reato ipotizzato è l’attività di gestione di rifiuti non autorizzata. Secondo quanto hanno accertato, inizialmente i fusti con il tetracloruro di titanio, usato nella produzione del polipropilene, dovevano essere smaltiti da un’azienda specializzata, l’Alfarec di Pianoro (Bologna).

Parte della sostanza, 580 kg, però venne respinta dall’azienda bolognese, perché contenuta in fusti non sigillati a regola. 480 kg sono poi stati effettivamente smaltiti da una ditta specializzata ravennate, la rimanente parte - per ammissione dei dirigenti della Basell - è stata autosmaltita nello stabilimento ferrarese, collocato in uno degli insediamenti industriali maggiormente a rischio dell’Emilia-Romagna. Le indagini del Noe e della Procura di Ferrara mirano ora a controllare come sono state smaltite le circa 4.000 tonnellate di rifiuti altamente pericolosi prodotti dalla Basell ogni anno e se ci sono altri casi di autosmaltimento. Altro punto da verificare con le indagini è quali misure di sicurezza siano state adottate per smaltire il tetracloruro di titanio.

La vicenda rivela una situazione di estrema gravità. L’episodio di Ferrara segue quelli avvenuti ripetutamente a Ravenna, Mantova, Porto Marghera e Brindisi.

"Questa preoccupante vicenda - ha dichiarato Luigi Rambelli, Presidente di Legambiente Emilia-Romagna - conferma la necessità di un’indagine approfondita e trasparente sulla realtà degli insediamenti presenti nell’area chimica padana".