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Costo ambientale delle fonti
energetiche La preoccupazione suscitata dall’ipotesi di modifiche su vasta scala del clima terrestre che si aggiunge ai fenomeni di inquinamento locale ha portato grande attenzione alla possibilità di ricorrere maggiormente alle fonti rinnovabili per la produzione di energia. Gli aspetti economici relativi alle varie fonti energetiche, però, influenzano negativamente il loro contributo all’approvvigionamento energetico complessivo, con conseguenze che riguardano la società e l’ambiente. Naturalmente, ogni aspetto economico attuale affonda le radici nel substrato storico e culturale che si trova all’origine del panorama energetico mondiale odierno, ma questo non significa che in una prospettiva di lungo periodo sia ancora accettabile lo sfruttamento tradizionalmente più "comodo" o semplicemente più produttivo. Il fatto che la situazione attuale di produzione, di distribuzione e consumo di energia si sia storicamente costituita e stabilizzata non comporta che nuove conoscenze e nuovi elementi di valutazione non possano intervenire a modificarla, in particolare sulla base di scenari evolutivi tendenziali che ne dimostrino l’insostenibilità ambientale nella dimensione territoriale (es. Paesi in via di sviluppo) e nella dimensione temporale (futuro). Trasformare energia per le necessità umane ha costi elevati ed è ovvio che in assenza di consumi diffusi nella popolazione e di sensibilità per i danni sociali e ambientali si sia scelto, nel passato, la fonte a rendimento più alto e tecnologicamente accessibile. Le fonti fossili presentano queste caratteristiche, ma sono la causa di conseguenze negative sulla salute umana e sull’ambiente. Le fonti rinnovabili, caratterizzate attualmente da rendimenti relativamente bassi, discontinuità nel tempo e basate su tecnologie recenti, stentano ad entrare nel mercato a meno che non si adottino politiche ad hoc, atte a favorirle. Lo stesso "uso razionale" delle risorse energetiche rimane un concetto marginale se l’immaginario collettivo affianca consumi elevati a benessere diffuso, senza considerare la possibilità di risparmiare energia senza modifica del servizio richiesto o la positività di un sistema di trasporto pubblico efficiente. Con riguardo agli aspetti positivi, le fonti energetiche fossili presentano tre importanti caratteristiche (Clò, 1989): un’alta concentrazione dell’energia, cioè un alto potere calorifico unitario, la possibilità di fornire energia in varie forme e una grande facilità di trasporto. Al contrario, le fonti rinnovabili possiedono le proprietà di essere diffuse sul territorio e, soprattutto, di avere impatti sull’ambiente molto bassi o quasi nulli (in relazione alle fonti fossili). Ci troviamo con elevata probabilità, a seguito di elementi emergenti da studi e ricerche di varia provenienza tra cui i recenti rapporti dell’International Panel on Climate Change (IPCC, 2000; IPCC, 2001), al punto di decidere se le conseguenze sull’ambiente siano un fattore discriminante oppure no. Se no, non vi è (ancora) la necessità di modificare lo status quo, se sì, occorre intervenire allo scopo di favorire una forma di utilizzo della risorsa energetica più consona ai nuovi elementi di conoscenza. È una scelta precisa della Commissione Europea promuovere l’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili, il Libro Bianco stabilisce l’obiettivo del 12% al 2010 sul consumo totale di energia primaria proveniente da fonti rinnovabili; il punto di partenza è, però, una quota irrisoria se si esclude il grande idroelettrico (maggiore a 10 MW). Una delle ragioni principali risiede nella esclusione dalle considerazioni economiche più comuni della quasi assenza di costi esterni dovuti alle rinnovabili, mentre gli elevati costi esterni caratteristici delle fonti fossili ricadono usualmente sulla collettività. Paradossalmente, questo costituisce contemporaneamente la motivazione di fondo in favore delle rinnovabili stesse, per le quali si fanno programmi dal livello locale al sovranazionale e si fissano obiettivi con scadenze precise. Il progetto "ExternE" della Commissione Europea (Programma Joule III) ha l’obiettivo di valutare le esternalità. A tale proposito, sono state effettuate analisi riferite alla generazione di energia nei vari Paesi tra cui l’Italia (ExternE, 1997), prendendo in considerazione i seguenti impatti:
Le fonti energetiche esaminate nel loro intero ciclo sono l’olio combustibile, il gas naturale, l’idroelettrico e l’incenerimento dei rifiuti. I danni maggiori risultano essere quelli alla salute pubblica causati dalle fonti fossili e, in particolare, dal petrolio e suoi derivati. Per esempio, in Italia una stima dei danni totali dovuti all’intero ciclo dell’olio combustibile fornisce: 108,0 lire per ogni kilowattora. La stessa stima calcolata per il ciclo del gas è 52,9 lire/KWh, per l’incenerimento dei rifiuti è 17,2 lire/KWh, mentre per la fonte idroelettrica si riduce a 6,6 lire/KWh. Quantitativamente si tratta di costi significativi che, nel caso dell’olio combustibile e del gas, sono dello stesso ordine di grandezza del costo di produzione di elettricità. In totale, il solo settore elettrico italiano causa danni valutati in 26.000-32.000 miliardi di lire all’anno. Il settore dei trasporti, basato essenzialmente sul consumo di materiali pesanti e di fonti energetiche fossili, contribuisce a danni ambientali e sociali in misura probabilmente maggiore: si stimano costi superiori a 200000 miliardi di lire (Lombard, Molocchi, 2000, valutazione riferita all’anno 1997, all’intero parco veicolare italiano e comprendente i costi della produzione, dell’esercizio e dello smaltimento dei veicoli). Il 95,1% di tali costi risulta essere dovuto alla strada, il 2,9% alla rotaia, il 2,0% all’aereo. Escludendo gli incidenti e i danni causati dalla congestione del traffico, considerando perciò soltanto i danni ambientali (all’atmosfera, al suolo e all’acqua) legati all’uso delle risorse, i trasporti procurano impatti valutabili con cifre superiori ai 140.000 miliardi di lire. Si tratta di cifre importanti pagate dalla collettività e costituite in massima parte da danni alla salute umana e alterazioni allo stato dell’ambiente. Probabilmente, si tratta di valori sottostimati se le conseguenze ambientali dovessero diventare disastrose - come emerge dai rapporti già citati - o, addirittura, irreversibili. In questo senso il fattore ambientale può diventare il fattore discriminante nelle scelte future. Questi costi, come si è detto, sono attribuibili nella più grande misura alle fonti fossili (o al nucleare qualora si prendano in considerazione i costi dell’intero ciclo dell’impianto e del combustibile) e dovrebbero entrare, a tutti gli effetti, nel calcolo del costo della produzione di energia da fonte fossile. Questo modificherebbe le attuali valutazioni economiche relative alle varie fonti energetiche. Si presenta quindi la necessità di definire come "internalizzare" i costi esterni nell’attuale sistema dei prezzi, al fine di avere un mercato aperto alle varie forme di una produzione diversificata (uno degli obiettivi dichiarati della politica energetica dell’Unione Europea). Ma quali sono le ragioni per cui occorre fare questo? Oltre alle ragioni di cui si è detto, ve ne è una fondamentale, che investe molti altri aspetti dell’economia e della conservazione dell’ambiente: il fatto che il capitale naturale sia inesauribile e a disposizione è palesemente falso. I cosiddetti "beni liberi" non sono affatto tali ed è su questo fronte che Economia e Fisica si scontrano, con conseguenze particolarmente rilevanti nel caso della produzione e consumo di energia. Per ragioni fisiche le risorse naturali sono limitate, per ragioni fisiche il loro sfruttamento comporta un degrado del loro contenuto energetico e conseguenze di solito negative sull’ambiente. Il semplice sfruttamento di risorse in quanto limitate è un evento negativo, sicuramente contrastante con la definizione di "sviluppo sostenibile" del Rapporto Brundtland se avviene ad una velocità superiore a quella alla quale le risorse stesse si rinnovano. Per le fonti energetiche fossili il periodo durante il quale si rinnovano è dell’ordine del milione di anni o della decina di milioni di anni. Il peggioramento della qualità energetica è, invece, un evento naturale di cui dovremmo limitare la velocità. Usare i beni della Natura, trasformarli e rilasciare sostanze varie significa aumentare (molto) la velocità di incremento dell’entropia globale del sistema terrestre, conseguenza diretta del Secondo Principio della Termodinamica. In termini semplici, si crea uno stato che procede verso un aumento del "disordine" molecolare, con un concomitante degrado verso contenuti energetici sempre più bassi ed uno stato della biosfera sempre più lontano dall’equilibrio. Inoltre, la velocità alla quale questo avviene è molto alta se paragonata alla velocità alla quale lo stato del sistema terrestre, che possiamo considerare di equilibrio, si è formato. Le attività di trasformazione, consistente in una estrazione, trasporto, lavorazione e per quanto riguarda le fonti di energia, combustione o fissione nucleare e produzione di rifiuti immessi nell’aria, nell’acqua, nel suolo, comportano dei costi valutabili in termini monetari che dovrebbero fare parte delle considerazioni economiche a tutti gli effetti. Ma l’Economia attuale evidentemente non conosce la Fisica, la quale invece costituisce la più solida base dell’ambientalismo. Con un approccio teorico che assuma le considerazioni predette (come già ci suggerisce la "ecological economics" ad opera di Daly, Cobb, Costanza e altri) è possibile inglobare l’ambiente all’origine del sistema produttivo, energetico e non, selezionando in modo naturale per il mercato le produzioni ecologicamente compatibili, o meglio, competitive, da quelle che non lo sono e favorendo una presa di coscienza collettiva ed ovvia rispetto alla situazione attuale che pone le necessità ambientali in forma di rivendicazione di un settore sociale (che può essere anche vasto, ma l’aspetto quantitativo non riguarda la forma) sensibile al tema. Inoltre, è realistico ipotizzare un forte impulso all’innovazione tecnologica con conseguenze positive per l’economia, almeno a lungo termine. Rifiutare cambiamenti improntati al progresso tecnologico (oltre che, con tutta probabilità, necessari) significa tentare di "congelare" la situazione attuale in un mondo che non è affatto statico, nè nella disponibilità di risorse, nè nella sua economia. Non ci sono molte possibilità di miglioramenti tecnologici o scoperte innovative nell’attuale sistema di utilizzo dell’energia fossile, ci si prospettano invece trivellazioni in profondità, in aree di interesse naturalistico, in aree artiche o in mare lontano dalla costa, con aumento dei costi, cui si deve aggiungere comunque la necessità di riduzione delle emissioni inquinanti, con analogo aumento dei costi (Ayres, 2001). La scelta conservativa in questo campo non implica costi minori, significa soltanto non considerare una notevole parte degli stessi, fintanto che ciò sarà possibile, chiudendo in tal modo le porte a vaste opportunità di ricerca e di sviluppo tecnologico e alle conseguenze positive che esse possono avere sull’economia e sulla società. Incrementare l’utilizzo delle fonti rinnovabili o riciclare i rifiuti non sono attività "positive, ma costose", sono attività che riducono i costi delle conseguenze ambientali che si avrebbero se non venissero praticate. Queste sono le ragioni per cui l’ecologia deve entrare nelle considerazioni economiche, se si ritiene necessario conservare un ambiente stabile per la vita futura.
Nota: per "sviluppo sostenibile", secondo il Rapporto Brundtland, si intende uno sviluppo capace di "assicurare il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle future generazioni di soddisfare i propri bisogni. Il concetto di sviluppo sostenibile implica dei limiti; non limiti assoluti, ma imposti dal presente stato dell’organizzazione tecnologica e sociale nell’uso delle risorse ambientali e dalla capacità della biosfera di assorbire gli effetti delle attività umane. Un processo nel quale l’uso delle risorse, la direzione degli investimenti, la traiettoria del progresso tecnologico e i cambiamenti istituzionali concorrono tutti ad accrescere le possibilità di rispondere ai bisogni dell’umanità; non solo per l’oggi, ma anche per il futuro". Bibliografia:
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