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Fiuminforma 2001 Argentina (Liguria) Sono trascorsi quasi sei mesi dall’alluvione di Novembre, ma i segni del suo passaggio sono ancora ben visibili lungo il corso del torrente Argentina e sui fianchi delle montagne della valle, graffiate dalle frane. Il torrente ora scorre tranquillo nel suo letto, ma in futuro potrebbe tornare a reclamare lo spazio che decenni di cementificazione gli hanno sottratto. Per evitarlo, è necessaria una drastica inversione di tendenza, attraverso progetti e investimenti che favoriscano la rinaturalizzazione del fiume e la salvaguardia del suo ecosistema. Questo il monito lanciato da Fiuminforma. Il cemento delle infrastrutture non è però l’unico peso a gravare sulla salute dell’Argentina, che soffre anche per la presenza di scarichi civili non depurati, che mettono a repentaglio la sopravvivenza della fauna fluviale e la qualità dell’acqua del mare in prossimità della foce. "La decisione di Legambiente di riprendere il discorso avviato nella prima metà degli anni Novanta, con un’analisi a tappeto del patrimonio fluviale della penisola - ha spiegato Sandro Scollato, portavoce di Fiuminforma - è figlia delle recenti emergenze che hanno avuto per protagonisti i fiumi italiani. Con questa iniziativa abbiamo voluto riportare all’attenzione dell’opinione pubblica il ruolo fondamentale dei fiumi dal punto di vista ambientale. Da essi dipende, ad esempio, la salute dei nostri mari: basti pensare agli scarichi fognari non depurati che, trasportati da fiumi e torrenti, finiscono per inquinare le acque marine. I fiumi, però, sono vittime, non imputati. I disastri ambientali che li riguardano sono infatti la diretta conseguenza di scelte sciagurate compiute dall’uomo: dall’attività selvaggia di cementificazione degli argini alla canalizzazione, dall’escavazione in alveo alla costruzione di dighe e sbarramenti, che hanno stravolto il territorio, privandolo delle sue difese naturali in caso di precipitazioni, anche quando le piogge non sono affatto straordinarie". Il monitoraggio effettuato dai tecnici di Legambiente ha avuto luogo in otto stazioni di prelievo, disseminate lungo l’asta principale dell’Argentina e del torrente Capriolo. Analizzando uno ad uno i punti di campionamento, si nota come nelle zone più a monte, vale a dire a Verdeggia, Carmeli e, sul torrente Capriolo, in località Molino di Pio e in località "Le Noci", i valori registrati rientrino nella prima classe di qualità. La situazione peggiora notevolmente nei quattro punti di monitoraggio più a valle. A Carpenosa, infatti, lo stato di salute dell’acqua del torrente passa in seconda classe di qualità, per poi subire un ulteriore peggioramento all’altezza della frazione Fraitusa di Badalucco, dove l’ambiente fluviale è risultato essere alterato (terza classe di qualità). I due campionamenti successivi di Taggia hanno dato risultati simili, pari ad un ambiente inquinato o comunque alterato. Il brusco passaggio tra le prime classi registrate a monte e le terze classi del tratto più a valle è determinato da diversi fattori. Nel caso di Carpenosa, dove lo stato di qualità dell’acqua del fiume mostra moderati sintomi di inquinamento, è probabile che influiscano negativamente gli scarichi fognari di Molini di Triora. Questa spiegazione vale, almeno in parte, anche per Badalucco: la terza classe registrata all’altezza della frazione Fraitusa, infatti, è determinata dallo scarico nel torrente dei reflui civili. Sebbene il Comune faccia parte del Consorzio del depuratore, infatti, la sua rete fognaria non è ancora collettata all’impianto. Inoltre, la presenza nell’alveo del fiume di enormi blocchi di terra incoerente, che la pioggia trascina sistematicamente nel fiume, rende pressochè impossibile la sopravvivenza della fauna fluviale. Anche a Taggia, nel tratto del torrente più prossimo alla foce, il problema è duplice: da un lato sul corso d’acqua grava una pressione antropica superiore, a causa della maggiore urbanizzazione, dall’altro gli interventi di ripristino degli argini dopo l’ultima alluvione si stanno rivelando letali per i macroinvertebrati che popolano il fiume. Una parte del materiale utilizzato per ricostruire gli argini, infatti, è costituita da sabbia marina, che provoca una sorta di effetto "carta vetrata" sulle comunità macrobentoniche. La soluzione a questo problema, che rischia di stravolgere i fragili equilibri dell’ecosistema fluviale, potrebbe essere rappresentata da interventi di ingegneria naturalistica, in grado di coniugare le esigenze di messa in sicurezza del territorio con la salvaguardia dell’habitat del torrente. "C’è un posto per l’uomo e un posto per la natura - ha commentato Francesco Bassilana, del Circolo Legambiente "Valle Argentina" - e il rapporto tra queste due masse deve essere equilibrato. Un detto popolare delle nostre parti ricorda che ogni cent’anni l’acqua riprende il suo cammino. Ciò significa che prima o poi il torrente si prenderà indietro il terreno che gli abbiamo rubato nel corso degli anni. Basti pensare che i nostri vecchi avevano sviluppato il vecchio ponte romano di Taggia su 15 arcate, e che oggi lo spazio concesso all’Argentina è ridotto a tre arcate e mezza". "I problemi di oggi - ha aggiunto Sandro Scollato - sono l’inevitabile conseguenza delle scelte compiute negli ultimi 30 anni, caratterizzati da una inarrestabile aggressione ai danni dell’Argentina così come della stragrande maggioranza dei fiumi italiani. Ogni fazzoletto di terra accessibile lungo le sponde del torrente è stato colonizzato dal cemento, rendendo ancora più complicati gli interventi di rinaturalizzazione che potrebbero evitare il ripetersi di disastri simili a quelli provocati dall’ultima alluvione. Interventi di questo tipo permetterebbero, inoltre, il recupero del patrimonio naturale senza soluzione di continuità dalla sorgente alla foce, proiettando la Valle Argentina all’avanguardia del turismo di qualità, che associa a scenari di straordinaria bellezza un ricco patrimonio di cultura e tradizioni". I risultati delle analisi
Legenda
Riferimento normativo: Dlgs 11 Maggio 1999 n. 152
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