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Petrolchimico di Porto Marghera
Legambiente chiede l'imputazione per strage e disastro

"Strage e disastro". Questa la richiesta avanzata da Legambiente per i dirigenti che si sono succeduti alla guida del petrolchimico di Marghera. La motivazione, sostenuta l’avvocato Daniela Bosolo Rizzo che nella causa patrocina l’associazione: "la pericolosità del contatto col cloruro di vinile monomero (CVM) era ben nota ai dirigenti dell’azienda, che tuttavia non presero alcun provvedimento in tutela della salute dei lavoratori".

Legambiente da lungo tempo si è costituita parte civile nel procedimento, rappresentando un valido supporto alle tesi del Pubblico Ministero e portando anche alla luce alcuni aspetti inediti di questa vicenda criminosa perpetrata ai danni dei lavoratori e, a tutt’oggi, alle spalle dell’ambiente lagunare. Pienamente condivisa la severità che il giudice Casson ha mostrato nei confronti degli imputati.

"Per decenni - nota l’avvocato di Legambiente - vi è stata una dolosa mancanza di attenzione verso tutti gli aspetti riguardanti la salute dei dipendenti. La sorveglianza sanitaria è stata assente, mai sono state prestate attenzioni, neanche minime, agli ambienti di lavoro, si è programmaticamente risparmiato sulle spese di manutenzione aggravando le condizioni di lavoro di centinaia di operai che giorno dopo giorno hanno visto decadere le proprie condizioni di salute".

Al centro dell’arringa dell’avvocato Boscolo Rizzo c’è stato proprio il rapporto tra le notizie chiare sulla pericolosità del cloruro di vinile monomero (CVM), di cui si conosceva già il potenziale cancerogeno, e l’indifferenza dei dirigenti del petrolchimico. I segnali sul rischio derivato da CVM arrivavano forti alle direzioni aziendali fin dallo studio del ’73 condotto dal dottor Maltoni, i cui risultati furono boicottati e misconosciuti; venivano da vari studi internazionali sull’argomento e dall’indagine del Fulc, la federazione dei lavoratori chimici, svolta nel ’76. Condotta su 200 operai del petrolchimico, riscontrava in ben 3/4 di loro serie malformazioni al fegato, con concentrazioni ben più alte fra i lavoratori addetti al trattamento del CVM; di questi, 42 sono morti per tumore. È certo che se sottratti all’esposizione di CVM avrebbero mostrato un regresso della patologia. Invece non fu mosso un dito. Le visite sanitarie, anzi, avevano una durata media non superiore ai 10 minuti: "non erano visite, ma saluti cordiali".

Il dato è confermato da un agghiacciante elemento di prova portato in aula dall’avvocato Boscolo Rizzo: il libretto sanitario, completamente bianco, del primo operaio del Petrolchimico morto per tumore. L’avvocato di Legambiente sostiene perciò l’imputazione di strage e disastro. E non vi sarà nessuna conclusione del fatto giudiziario finchè non verranno accertate le responsabilità collaterali delle strutture sanitarie che negli anni settanta furono sorde ai ripetuti esposti che i lavoratori delle ditte appaltatrici all’interno del Petrolchimico avanzavano perchè fossero riconosciuti i fattori ambientali nocivi - comprese le fughe di fosgene. Nessuno dei responsabili sanitari dell’epoca ascoltò nè intervenne a fronte delle ripetute denunce e delle lotte dei lavoratori che, se riconosciute, avrebbero fermato questo disastro limitando il numero morti e danni ambientali.

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