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Emission trading, accordo deludente
Clima, viene meno il principio che chi inquina paga

"Si spaccia per vittoria un accordo a maglie larghe, poco ambizioso e che addirittura penalizza l’efficienza e l’innovazione di quelle poche imprese coraggiose. Ma cosa ancora più grave è che viene meno il principio che chi inquina paga".

Ermete Realacci, Presidente Nazionale di Legambiente, ha così commentato l’accordo sull’Emission Trading raggiunto dai Ministri dell’Ambiente dei Quindici. L’accordo prevede due fasi, la prima (2005-2007) definita "sperimentale" che riguarderà i settori industriali dell’energia, dell’acciaio, cemento, vetro, carta e cartoni, nonché le industrie ceramiste. La seconda invece (2008-2012) che può essere estesa anche ad altri settori industriali come ad esempio quello dell’alluminio, della chimica e ai produttori di altri gas climalteranti (in aggiunta all’anidride carbonica). La partecipazione all’accordo sarà obbligatoria solo dalla seconda fase, mentre nella prima è prevista la concessione agli Stati Membri di escludere alcune imprese, o settori, a condizione che raggiungano attraverso norme nazionali riduzioni equivalenti a quelle dovute alla partecipazione al sistema di Emission Trading. Gli Stati Membri dovranno definire i criteti per concedere alle industrie le quote di emissione sulla base di linee guida che la Commissione si è impegnata ad adottare entro il Dicembre 2003.

Emissioni a disposizione di ciascuna impresa che non saranno soggette ad alcun pagamento nella prima fase, mentre nella seconda fase è stata data la possibilità di far pagare il 10 percento della produzione di gas, mentre il restante 90 percento sarà comunque gratis. Per quanto riguarda le sanzioni per il superamento dei gas immessi in atmosfera, si prevedono multe di 40 euro per tonnellata nel primo triennio (2005-2007) e di 100 per tonnellata nel secondo quinquennio.

"Questo compromesso - ha concluso Realacci - non è all’altezza degli impegni presi per Kyoto. Se è vero infatti che l’Emission Trading può aiutare a raggiungere gli obiettivi con una riduzione del 35 percento delle emissioni e con un risparmio annuo di 1,3 miliardi di euro, è vero anche che ci sono una serie di buchi. Il sistema industriale non è obbligato a innovarsi e a rendersi competitivo sulla scena internazionale, per due motivi. Il concetto "chi inquina paga" avrebbe costretto in qualche modo a regolare le proprie emissioni e l’obbligatorietà sin dalla prima fase per le industrie di rispettare le quote di emissioni avrebbe modernizzato il sistema di produzione".

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