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Alimentazione: pesce fresco,
forse, quasi Etichettatura di legge assente in più di due terzi dei banchi dei mercati, pesce al metallo pesante, trote affette da setticemia batterica curate con farmaci cancerogeni, pesce congelato o conservato in salamoia venduto o servito in ristorante come pesce italiano fresco, tonno al cadmio, bottarga infestata da parassiti e insetti, pesce cinese venduto come "novellame di sarda" italiano: sono alcuni dei dati più eclatanti rilevati dal "1° Rapporto su sicurezza alimentare e prodotti ittici in Italia" redatto dalla Rete Salute e Gusto del Movimento Difesa del Cittadino in collaborazione con Legambiente. I consumatori ogni giorno si recano ai banchi nei mercati convinti di acquistare pesce pescato il giorno prima o durante la notte nell’Adriatico o nel Tirreno. E invece portano a casa spigole e orate dalla Grecia; totani dell’Oceano Pacifico, razze dell’Australia, gamberi e scampi dalla Turchia e da Malta, cozze spagnole, nordafricane o cilene. A volte c’è anche il rischio, peggiore, di comprare pesce "apparentemente fresco" che profuma di mare e invece è scongelato ed è tenuto su rinvigorito dal ghiaccio e "rinfrescato" da secchi di acqua di mare che viene spruzzata continuamente; o è stato pescato qualche giorno prima, e in questo caso viene offerto già pulito, così pure più comodo, già pronto. Che succede nelle vendite del pesce in Italia? I consumatori sono sufficientemente garantiti? Come viene osservato l’obbligo di etichettatura che dovrebbe "raccontare" la storia del pesce offerto in vendita, la provenienza naturale dal mare o da allevamento, le condizioni di freschezza perché appena pescato o la provenienza da partite congelate. Per verificare l’osservanza degli obblighi di legge, la Rete nazionale di Sportelli "Salute e Gusto" (12 Sportelli in 12 regioni), attivata dal Movimento Difesa del Cittadino con la collaborazione di Legambiente, ha condotto la prima indagine sui consumi e sulla corretta informazione ai consumatori nella vendita del pesce fresco in Italia, attraverso una rilevazione diretta ed elaborando i dati più recenti dei Nas dei Carabinieri, le segnalazioni della Guardia di Finanza, della Guardia costiera e delle ASL. Nel corso dell’indagine sono state effettuate rilevazioni durante le prime due settimane di Settembre 2004 su un totale di oltre 1.500 cartellini contenenti le informazioni al consumatore in 170 punti di rivendita al dettaglio (banchi) di pesce, dislocati in 56 mercati di 14 regioni italiane. Per ogni punto di osservazione sono state analizzate una media di 10 specialità vendute. L’indagine è stata condotta nelle province di Ancona, Avellino, Bologna, Cagliari, Caltanisetta, Genova, Grosseto, Lecce, Matera, Napoli, Milano, Padova, Palermo, Perugia, Roma, Salerno, Torino. Secondo la normativa Europea (art. 4 del Regolamento CE 104/2000, entrato in vigore il 1° Gennaio 2002), sui cartellini esposti sui banchi dei mercati destinati alla vendita al dettaglio, i consumatori, indipendentemente dal metodo di commercializzazione dei prodotti ittici, dovrebbero trovare indicate obbligatoriamente la denominazione commerciale della specie, il metodo di produzione e la zona di cattura. I risultati emersi dimostrano che i banchi di vendita del pesce sono in gran parte fuori legge. Solo in poco più del 25% del campione di banchi esaminati c’è l’etichetta regolare con tutte le informazioni richieste a garanzia del consumatore. Tre quarti dei punti vendita dei mercati quindi sono inadempienti. L’informazione più diffusa è quella relativa alla specie in vendita (88,5%), poi viene quella sulla zona di cattura (42,5%) e solo nel 32,4% viene indicato il metodo di produzione. Al primo posto dei più virtuosi ci sono la Liguria e la Basilicata, con il 100% delle etichette in regola. Ultimi il Lazio con meno del 16% dei banchi in regola, la Sicilia con il 14%; il fanalino di coda è la Campania con meno del 10%. In Lombardia, l’indicazione relativa al metodo di produzione è presente solo nell’11% delle etichette, mentre in Campania, su 21 banchi esaminati, solo in due casi, nella città di Avellino, sono riportate tutte le indicazioni di legge. Paradossale la situazione nella città di Gallipoli, in Puglia, città di grande tradizione marinara e nota per i ristoranti di pesce (fresco?), dove su 8 banchi esaminati è stata rilevata una sola indicazione relativa alla zona di cattura o di allevamento. L’indagine degli Sportelli ha poi preso in esame in anteprima i dati più recenti (attività 2003) dell’attività di controllo e repressione delle frodi dei NAS, il Nucleo dei Carabinieri specializzato nella lotta contro le sofisticazioni alimentari e le truffe. Anche le Asl, la Guardia di Finanza e La Guardia Costiera hanno effettuato dei controlli e sequestrato prodotti ittici a San Remo, Forlì, Cesena, Brescia, Roma, Napoli e Livorno. Nel 2003 i NAS hanno realizzato 2.738 ispezioni accertando 1.466 infrazioni; ben 1.029 persone sono state segnalate alla magistratura; oltre 5 milioni di euro il valore dei sequestri, pari a 60.451 confezioni per 746.854 kg. 79 esercizi sono stati chiusi. Il rapporto sui prodotti ittici in Italia è disponibile presso il Centro di Documentazione di Legambiente Emilia-Romagna. |
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