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Dossier "La chimera
delle bonifiche" C’è un’Italia altamente contaminata, infetta, appestata: 154.000 ettari di terreno carichi di amianto, diossina, mercurio, ddt, solventi e via inquinando. 50 aree dove la nostra industria più aggressiva e obsoleta ha compromesso terra, aria e falde acquifere per milioni di metri cubi. C’è anche un programma nazionale per bonificarle queste aree. O meglio ci sarebbe. Dal 1998 gli interventi programmati e annunciati sono per lo più al palo. Questa la denuncia contenuta nel dossier di Legambiente "La chimera delle bonifiche", presentato nel corso di un convegno al quale hanno partecipato, tra gli altri, Roberto della Seta (presidente nazionale di Legambiente), Ermete Realacci (Commissione ambiente della Camera dei deputati e presidente onorario di Legambiente), Lucia Venturi (responsabile ufficio scientifico di Legambiente), Simonetta Tunesi (consulente ambientale), Pietro Comba (Istituto superiore di sanità). Marco Martuzzi (Oms), Enrico Fontana (responsabile settore ambiente e legalità di Legambiente), Paola Agnello Modica (segretario confederale Cgil), Giuseppe D’Ercole (Cisi), Pietro De Simone (direttore generale di Unione Petrolifera), Gianfranco Mascazzini (direttore generale del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio), Paolo Russo (presidente Commissione d’inchiesta sui rifiuti), Andrea Cortesi (direttore centrale relazioni istituzionali di Federchimica). Il territorio contaminato è, come detto, vastissimo: 154.000 ettari sono pari più o meno all’estensione dei comuni di Milano, Napoli, Genova, Torino, Palermo, Firenze, Bologna, Bari, Cagliari e Catania, di cui poco meno della metà (74.000)solo a Casal Monferrato, circa 14.000 nel litorale dominio-flegreo e nell’agro aversano, 5.800 a Brindisi e 3.500 a Porto Marghera. C’è l’amianto dei poli industriali che producevano l’eternit a Casal Monferrato, Bagnoli, Broni o Bari e quello delle cave da cui veniva estratto a Balangero ed Emarese. Ci sono i policlorobifenili a Brescia, gli Ipa nelle acque sotterranee di Falconara Marittima, Bagnoli e Gela, i solventi organoalogenati della bassa valle del Chienti nelle Marche e poi la diossina a Pitelli e Marghera e le ferriti di zinco a Crotone. E ancora il mercurio scaricato in mare a Priolo e nella laguna di Grado e Marano, il cromo esavalente della Stoppani nelle falde acquifere di Cogoleto, il cadmio nel suolo e nel sottosuolo di Livorno e il Ddt nel lago Maggiore. Il monitoraggio realizzato da Legambiente è dedicato appunto a tutte quelle aree da bonificare nel nostro Paese e allo stato di attuazione del Programma nazionale di bonifica approvato dal Ministero dell’Ambiente che, partendo dai primi 15 siti di interesse nazionale della legge 426 del 1998, oggi conta, come detto, ben 50 siti su cui intervenire. I rifiuti, non solo industriali, che sono all’origine di queste contaminazioni (scorie di fonderia, sali da rifusione di alluminio, fanghi, morchie oleose, oli esausti, melme acide, ceneri leggere da incenerimento, polveri di abbattimento fumi della siderurgia, pesticidi, solo per citarne alcuni) richiedono interventi complessi. Anche per le quantità in gioco: si va dai 7 milioni di metri cubi di sedimenti contaminati da dragare in laguna di Venezia al milione e mezzo di metri cubi di rifiuti da rimuovere nelle 110 discariche non controllate della provincia di Frosinone, dai 300.000 metri cubi dell’area abruzzese relativa ai fiumi Saline e Alento ai 600.000 metri cubi di terreni contaminati da Ddt, arsenico e mercurio di Pieve Vergente in Piemonte, passando per i 140.000 metri cubi di sali sodici ancora da rimuovere dai cosiddetti lagoons, i bacini che raccolgono i rifiuti liquidi dell’Acna di Cengio. Il dossier è disponibile presso i Centri di Documentazione di Legambiente. |
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