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Caccia: le Regioni viste da Legambiente
Giudizio sul calendario venatorio e la gestione della fauna

Regioni in ordine sparso nella stesura dei calendari venatori e nella predisposizione di misure per tutelare il patrimonio faunistico. Se Valle d’Aosta, Sardegna, Lazio, Piemonte e Campania tutto sommato, pur con qualche limite, sono riuscite a predisporre qualcosa di positivo, lo stesso non vale per la Calabria, che è ancora ferma al palo.

A dare i voti alle venti regioni italiane in materia di caccia è Legambiente che ha voluto dividere in base a una serie di parametri i governatori italiani in amici e nemici degli animali. Tra i primi figura appunto quello della Valle d’Aosta (Ego Perron) soprattutto perché sul suo territorio si registra il minor numero di infrazioni alle norme sulla caccia e anche perché è tra i pochi a non aver ceduto alle sirene delle preaperture o di deroghe mal gestite. Subito alle sue spalle il sardo Renato Soru (ha ben definito, limitandoli, periodi e numeri di specie disponibili per le doppiette), il laziale Piero Marrazzo (ha tolto alcune specie come starna e combattente dall’elenco di quelle cacciabili), la piemontese Mercedes Bresso (ha redatto in materia uno strumento di indirizzo pluridecennale). Siciliani, abruzzesi e trentini si barcamenano invece tra note positive e negative, pur essendo in generale indirizzati sulla buona strada, mentre pessime sono le performance di Riccardo Illy, Claudio Burlando, Vito De Filippo, Vasco Errani, Michele Iorio, Claudio Martini: nelle loro regioni preaperture, deroghe, aumento delle specie cacciabili sono all’ordine del giorno. Ma i veri "nemici" degli animali, secondo Legambiente, sono Roberto Formigoni, Giancarlo Galan, Rita Lorenzetti, Niki Vendola, Gian Mario Spacca e, proprio in fondo alla lista, il calabrese Agazio Loiero.

Le Regioni ogni anno dovrebbero emanare entro il 15 giugno il calendario venatorio, strumento importante per il prelievo conservativo delle specie considerate cacciabili. In generale i governatori anche quest’anno non hanno raccolto la sfida di rispettare questa data e, ancor meno, di utilizzare lo specifico strumento regionale di pianificazione - il piano faunistico venatorio regionale - quale base conoscitiva per fondare gli indirizzi previsti nel calendario venatario. Ulteriore sfida disattesa è quella che riguarda le deroghe, che vede tutte le Regioni applicare le deroghe al prelievo su specie protette, sia per il controllo dei danni (art. 9.1 .a Dir. 409-79-CEE) che per la cosiddetta piccola quantità (art. 9. l.c Dir. 409-79-CEE), in modo generalizzato, mai definendo precisi criteri di luogo e di tempo come obbligatorio per rispettare la conservazione delle popolazioni di animali selvatici oggetto della deroga.

"È necessario che i Presidenti di Regione sappiano concertare per ambiti omogenei sovraregionali misure ed azioni tese a coniugare il prelievo venatorio con la conservazione di un ricco e vitale patrimonio faunistico - ha spiegato Antonino Morabito, responsabile nazionale conservazione e gestione fauna di Legambiente - molte delle azioni positive messe in campo da alcune Regioni, dagli Enti locali, dagli Enti parco, dagli ATC e dagli altri soggetti interessati, rischiano invece di essere vanificate in assenza di un cambiamento sostanziale da parte di quelle Regioni che dimostrano negligenza nella gestione del comune patrimonio faunistico".

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